Pelike attica (vaso usato per conservare vino o olio), a figure rosse, raffigurante un attore vestito da uccello, datata al V sec. a.C. Michael C. Carlos Museum, Atlanta, USA. Il vaso raffigura un attore dell'antica commedia greca, in posa contorta e dinamica, con la gamba sinistra sollevata. Indossa una sorta di calzamaglia che copre la maggior parte del suo corpo; sopra questa, pantaloncini e stivali alti e morbidi chiamati kothornoi, ognuno con un fallo attaccato al tallone.
L'attore ha un fallo in zona genitale e una coda di uccello sul retro. Il costume da uccello dell'attore consiste in ali e in una maschera. Sulla base del disegno della maschera, che include una cresta e un bargiglio, e dei falli attaccati agli stivali come speroni, si può supporre che questo attore rappresenti un gallo.
Nella primavera del 414 a.C., il drammaturgo ateniese Aristofane mise in scena gli Uccelli al festival di Dioniso ad Atene, la commedia più lunga pervenutaci, in cui si ripropone il motivo del viaggio fantastico collegato all'utopia e alla fuga dalla corruzione della città.
La Commedia narra le avventure di due cittadini ateniesi, Pistetero ed Evelpide, che, disapprovando il comportamento dei loro concittadini, decidono di lasciare la città in cerca di un luogo di pace. Durante il viaggio, cercano l'uccello Upupa, che in realtà è Tereo (ex re di Tracia, poi trasformato in un uccello dagli dei), e portano con sé una cornacchia e un gracchio per aiutarli. Stanchi, cominciano a dubitare dell'efficacia degli uccelli, ma quando le speranze sembrano svanire, la cornacchia gracchia davanti a una grande roccia. Pistetero e Evelpide imitano il verso dell’upupa e, all’improvviso, da una roccia esce un uccello dal becco spaventoso, che si rivela essere il servo dell’Upupa. I due convincono il servo a far uscire l’antico re di Tracia, ma quando lo vedono, ridono del suo becco e delle sue piume a tre pennacchi.
Tuttavia, spiegano loro il motivo del viaggio: propongono di fondare insieme agli uccelli una città nel cielo, chiamata Nubicuculia, che rappresenti "la città ideale" tra gli dèi e gli uomini. L’upupa decide di valutare la proposta e incarica l’usignolo di svegliare e convocare l’intero coro degli uccelli.
All'inizio, questi sembrano ostili all’idea, perché diffidano di ogni uomo, ma le loro esitazioni vengono superate anche grazie alla convincente capacità di Pistetero: dato che non sono inferiori agli dèi e agli uomini, anche gli uccelli hanno il diritto di avere un loro regno, che sarà molto superiore agli altri.
Iniziano i lavori, ma durante la costruzione del nuovo regno, i due ateniesi vengono continuamente interrotti: un poeta vuole cantare la nuova città, un venditore di oracoli, Metone, desidera misurare l’aria, un messaggero, un araldo, ecc. Aristofane descrive ironicamente queste interferenze, che Pistetero farà cessare con la forza, l'unica logica che guida il controllo di una città. Intanto, la notizia della nuova città si diffonde rapidamente.
Gli uccelli, intercettando i fumi dei sacrifici offerti dagli uomini agli dei, riducono gli dei stessi alla fame, e allo stesso tempo gli uomini accettano di venerare gli uccelli come nuove divinità. Successivamente, arriva una messaggera degli dei, Iride, seguita da una seconda ambasciata divina composta da Poseidone, Eracle e Triballo, che accettano le condizioni imposte da Pistetero: gli uccelli diventeranno gli esecutori del potere divino tra gli uomini, mentre Pistetero sarà nominato successore di Zeus e diventerà l'amante di Regina, la donna depositaria dei fulmini del padre degli dei. Pistetero e gli uccelli ottengono così il potere, e la commedia si conclude con la celebrazione delle nozze tra Pistetero e Regina.
