Androclo, uno schiavo romano vissuto nel II secolo d.C., era scappato dal suo "padrone", che governava il Nord Africa con la carica di proconsole, perché veniva quotidianamente fustigato. Lo schiavo fuggì e, per far perdere le sue tracce, si nascose in una caverna. Androclo si rese ben presto conto di essersi rifugiato nella tana di un enorme leone, che, avvicinatosi, gli mostrò inaspettatamente una zampa sanguinante. Lo schiavo prese coraggio e cercò di curare l’animale, estraendo dalla zampa una grossa scheggia di legno e pulendo la ferita. A quel punto, il leone si addormentò placidamente. I due vissero insieme nella grotta per tre anni, mangiando lo stesso cibo. Tempo dopo, Androclo fu catturato e condannato a essere divorato dalle bestie nel Circo Massimo, ma proprio tra queste c’era il leone, divenuto suo amico, che non solo lo risparmiò, ma gli fece anche le feste, come un cane felice di rivedere il suo padrone. Lo schiavo, mezzo morto di paura, riconoscendo il leone, si riprese e lo accarezzò affettuosamente. Ad Androclo fu concessa la grazia e gli venne donato lo stesso leone.
La vicenda è narrata nelle Noctes Atticae, 10. 6. di Aulo Gellio:
«Nel Circo Massimo c’erano molte bestie feroci, e tutte avevano una prestanza o una ferocia mai viste. Ma più di ogni altra cosa fu motivo d'ammirazione la smisurata grandezza dei leoni, e, più di tutti gli altri, uno in particolare. Quel solo leone, per l’irruenza e la stazza del corpo, per il ruggito terrificante e potente, per i muscoli e per la criniera ondeggiante, aveva attirato su di sé l’attenzione e gli sguardi di tutti. Era stato introdotto tra parecchi altri, condannato ad essere divorato dalle fiere, il servo mansueto di un uomo di rango consolare; quel servo si chiamava Androclo.
Quel leone, quando vide costui da lontano, all’improvviso rimase fermo, quasi meravigliato, e poi, a poco a poco e con calma, si avvicinò all’uomo, come se cercasse di riconoscerlo. Poi incominciò a muovere la coda tranquillamente e docilmente, come i cani che fanno le feste, a strofinarsi contro il corpo dell’uomo e a leccare dolcemente con la lingua le gambe e le mani di lui, già quasi mezzo morto dalla paura.
L’uomo, Androclo, tra le effusioni di quella belva tanto terribile, recuperò il coraggio perduto; a poco a poco volse gli occhi per osservare il leone. Allora, come se si fossero riconosciuti a vicenda, l’uomo e il leone furono visti da tutti scambiarsi, felici, effusioni d’affetto. Dal palco imperiale fecero dei segni per portare subito il condannato dall'imperatore, che voleva sapere direttamente da lui perché il leone lo avesse risparmiato. Le guardie nell'arena, i pretoriani, lo presero e lo portarono da Cesare. L'imperatore, sentendo la sua storia, concesse la grazia e gli regalò il leone e fece girare una tavoletta con le dichiarazioni del condannato:
"Mentre il mio padrone governava la provincia d'Africa con la carica di proconsole, io fui costretto alla fuga dalle sue ingiuste fustigazioni quotidiane, e mi ritirai in campagne e distese di sabbia deserte. Allora, poiché il sole di mezzogiorno era rabbioso e infuocato, imbattutomi in una caverna fuori di mano e nascosta, vi penetrai e mi nascosi. E dopo non molto, alla medesima caverna, arrivò questo leone, con una zampa ferita e sanguinante, emettendo gemiti e lamenti che esprimevano il tormento della ferita. Dopo che il leone, entrato in quella che era la sua tana, mi vide cercar di nascondermi in fondo, mi si avvicinò mite e mansueto e sembrò mostrarmi e porgermi la zampa sollevata come per chiedere aiuto. Allora estrassi un'enorme scheggia di legno conficcata nella pianta della sua zampa, feci uscire dal fondo della ferita il sangue infetto formatosi e, con una certa cura, ormai senza grande timore, l'asciugai a fondo e la ripulii dal sangue rappreso. Allora il leone, confortato da quella mia opera di medicazione, posta la zampa fra le mie mani, si sdraiò e si addormentò, e da quel giorno io ed il leone vivemmo per tre anni interi nella medesima caverna ed anche del medesimo cibo"».
