Mosaico romano raffigurante due fasi di combattimento gladiatorio, risalente al III secolo d.C., rinvenuto nel 1670 nelle terme di una residenza privata sul Celio, a Roma. Originariamente parte della collezione del cardinale Massimo, nel 1760 passò alla collezione di Carlo III di Borbone, re di Spagna (1759-1788), e, prima ancora, re di Napoli e di Sicilia, che lo donò alla Biblioteca Reale Pubblica spagnola; quest'ultima confluì successivamente, nel 1867, nei nuclei fondativi della collezione di antichità romane del Museo Archeologico Nazionale di Spagna a Madrid.
Sul mosaico è raffigurato un reziario, ovvero il "gladiatore con la rete", di nome Kalendio, intento a combattere contro un gladiatore di tipologia secutor, di nome Astyanax.
L'esito del combattimento è indicato sopra, come confermato dalle iscrizioni: accanto al nome di Astyanax si trova VICIT, ossia "vincitore", mentre accanto al nome di Kalendio è presente il simbolo Ø, abbreviazione di OBIIT, che significa "è morto", a indicare che Kalendio è stato ucciso da Astyanax.
La scena, suddivisa in due registri, narra tramite immagini, nello stile di un fumetto a lettura inversa.
Nella scena inferiore del mosaico si osserva la fase iniziale dell'incontro, in cui il gladiatore Kalendio ha imbrigliato l'avversario, Astianax, con la propria rete. Kalendio si mostra slanciato in avanti, con il tridente puntato verso il basso, cercando di colpire l'altro contendente. A destra, l'arbitro, il summa rudis, indossa una clavata, ovvero una tunica con due strisce verticali rosse, e maneggia il bastone per mantenere l'ordine.
Astyanax indossa il subligaculum, una sorta di calzoni corti, e protegge il braccio destro con strisce di cuoio, la manica, la gamba sinistra con fasce di lana, le fasciae, la gamba destra con uno schiniere di bronzo, l'ocrea e la testa con un elmo molto aderente. Porta anche un grande scudo rettangolare, lo scutum, e il gladius, la spada corta.
Kalendio indossa sul braccio sinistro la manica che termina con un galerus, un pezzo di metallo che protegge la spalla e la testa.
È armato di un pugnale, che non vediamo, e del tridente che, nel secondo registro, appare caduto nella sabbia, fungendo da elemento di separazione tra le due scene.
Kalendio sembra aver prevalso; tuttavia, nella scena superiore si osserva il seguito dell'incontro: la situazione si capovolge improvvisamente. Nell'ultima fase dell'assalto, Kalendio non è riuscito a sfruttare il suo successo iniziale ed è stato colpito alla gamba sinistra dall'avversario. È caduto al suolo sanguinando abbondantemente. Nonostante la sconfitta, in un probabile tentativo disperato di difendersi, solleva il pugnale, l'unica arma rimasta. Accanto, l'arbitro, il summa rudis e il seconda rudis (arbitro in seconda) sulla sinistra, alzano le braccia proclamando la fine, attendendo il verdetto dell'editor muneris, l'organizzatore (assente nel mosaico), il quale avrà un esito fatale per Kalendio.
La presenza dell'imperatore nell'anfiteatro di Roma o del governatore nelle province poteva condizionare la decisione dell'editor sull'esito dell'incontro. Per esempio, l'Imperatore Claudio deliberò che la semplice caduta di un gladiatore nell'arena durante il combattimento, anche se fortuita, dovesse essere punita con la morte del gladiatore atterrato.
Svetonio, nella sua De Vita Caesarum, Claudius XXXIV, 4, scrive: "Claudio non sopporta gli errori mentre si combatte. Quelli che cadono a terra per qualunque mossa sbagliata, specialmente se si tratta di reziari, vengono senz'altro giudicati perdenti e l'Imperatore dà subito l'ordine all'avversario di finirli. A quel punto dicono che all'Imperatore piace guardarli in viso mentre vengono uccisi per l'errore commesso".
