LA SCULTURA DEL DISCOBOLO DI MIRONE DETTO LANCELLOTTI

Il Discobolo è una delle sculture più famose pervenute dall’antichità, realizzata dal grande artista Mirone di Eleutherai attorno al 460 a.C. La statua rappresenta un atleta, un discobolo, nell’atto di lanciare il disco durante una gara di atletica. La statua di età antonina, realizzata intorno al 140 d.C., fu rinvenuta, pressoché integra, il 14 marzo del 1781, nell’area retrostante Villa Palombara sull’Esquilino a Roma, ma in origine doveva far parte degli Horti Lamiani, i giardini romani situati sulla sommità del colle Esquilino. La statua è nota come Discobolo Lancellotti perché fu di proprietà della famiglia Lancellotti, in particolare del principe Don Filippo. Nel 1937 la statua fu “acquistata” da Adolf Hitler per 5 milioni di lire e trasportata in Germania. Dopo la guerra, grazie all’impegno profuso dallo storico dell’arte Rodolfo Siviero nella restituzione, il Discobolo tornò in Italia nel 1948. Attualmente l’opera è esposta al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo a Roma. Non sappiamo il nome dell'artista che l'ha copiata dall'originale greco. L’originale in bronzo di Mirone è andato perso, ma la statua è nota grazie ad alcune copie romane in marmo o in bronzo. Fra quelle marmoree la versione detta Lancellotti del Museo Nazionale Romano è considerata la più bella.
Mirone era un grande scultore, nato intorno al 500 a.C. a Eleutere, in Beozia, in Grecia. Sebbene non si conosca molto di lui, le fonti antiche lo ricordano come uno degli artisti più importanti della metà del V secolo a.C. Sappiamo che si specializzò nel bronzo. Alcuni studiosi ipotizzano che sia stato allievo di Agelada, celebre maestro della prima classicità e forse autore di uno dei Bronzi di Riace. Si pensa anche che Agelada abbia realizzato un frontone del Tempio di Zeus a Olimpia, e ci si chiede se, in gioventù, Mirone non abbia collaborato con lui a questa grande opera. Il suo celebre Discobolo è tra i suoi capolavori più noti.
Fu in seguito attivo ad Atene, tra il 460 e il 440 a.C., anno approssimativo della sua morte. Le sue opere non sono giunte fino a noi in forma originale, bensì in copie romane. Tuttavia, gli scrittori Luciano di Samosata, nel suo Philopseudes, e Quintiliano, nel suo Institutio Oratoria, ci hanno lasciato alcune descrizioni delle sculture più celebri di Mirone, consentendoci di riconoscere, tra le copie romane, alcuni dei suoi capolavori, tra cui il famoso Discobolo.

La posa del Discobolo appare naturale, viva e in movimento; non a caso la scultura è stata considerata una delle più vive rappresentazioni del moto proposte da uno scultore classico. Una sorta di "fotogramma", di istantanea, in grado di fissare l’attimo esatto in cui, raggiunta la massima torsione, l’atleta si ferma un solo istante prima di scattare e scagliare il disco. Un esame più accurato dell’opera, invece, suggerisce che Mirone volle esprimere soltanto l’idea del movimento attraverso la rigorosa costruzione geometrica di una posizione. Non sappiamo esattamente se rappresentasse un atleta reale, un'idealizzazione di una delle discipline dell'atletica antica o un eroe della mitologia greca.
Il discobolo è colto nel momento del caricamento per il lancio del disco. Questa specialità, il diskos, parte dell'antico pentathlon, prevedeva tecniche e fasi diverse rispetto al lancio del disco attuale. Dopo la torsione, l'atleta lanciava, rilasciando l'attrezzo, già dopo un mezzo giro di fase rotatoria, quasi da fermo, a differenza di quello contemporaneo, che richiede un giro e mezzo di rotazione. L'atleta nudo ha il corpo piegato in avanti, ad eccezione del braccio destro, teso all'indietro per acquisire maggiore slancio.
Il braccio sinistro è quasi verticale e tocca la gamba destra sotto il ginocchio. Il peso è sulla gamba destra piegata e il piede è appoggiato a terra, mentre la gamba sinistra, anch'essa piegata, è arretrata per mantenere l'equilibrio e solo la punta delle dita tocca il suolo. Questo crea l'impressione di un accorciamento della parte inferiore del corpo e di una prevalenza della parte superiore. Il busto, piegato in avanti, sta per compiere il mezzo giro necessario a lanciare il disco, mentre la testa, rivolta verso il braccio alzato, esprime grande concentrazione. Un sostegno a forma di tronco di palma sorregge la figura dalla gamba sinistra; un puntello collega le dita della mano sinistra al polpaccio destro.

La forma ovale del volto, l'aderenza dei capelli, divisi in piccole ciocche alla sommità della testa, la rappresentazione accurata della muscolatura del torace e delle vene, e il contrasto tra il volto idealizzato e la contrazione muscolare nello sforzo sono tutti tratti caratteristici della tradizione scultorea dello stile severo.
Vi è un particolare, per ora indecifrabile: le due piccole protuberanze situate sul capo, tra la fronte e la parte alta della testa, sopra la capigliatura. Le due sporgenze, perfettamente simmetriche, sono scolpite nello stesso marmo della statua, indicando pertanto di essere presenti fin dall'origine.
Mirone fuse l'originale del Discobolo in bronzo poco prima della metà del V secolo a.C., scegliendo di raffigurare l'atleta nel momento del lancio, così da rappresentare un movimento in atto, mentre l'azione metteva in gioco tutti i muscoli del corpo. Mirone voleva creare una figura che alludesse al movimento che precede e segue la pausa raffigurata. Ma l'instabilità del movimento doveva essere mitigata dall'armonia e dalla geometria dell'insieme.
L'attenzione dedicata al design si nota anche nei dettagli: ad esempio, la testa costituisce il punto d'incontro delle linee formate dalle braccia, che sembrano quasi tracciare un arco di cerchio, diviso a metà dal petto.
La figura del Discobolo è concepita in due dimensioni, con il corpo disposto su un unico piano, come se fosse un altorilievo. La statua è stata quindi concepita per essere vista da un solo lato, quello verso cui sono rivolti la testa e il petto dell'atleta. Non conosciamo la posizione della scultura nel luogo originario. Infatti, una visione frontale, dalla direzione in cui verrà lanciato il disco, rivela la posizione innaturale delle gambe e del piede sinistro, che può essere spiegata dalla costruzione grafica e geometrica, piuttosto che plastica, dell'opera.