COSA SAPPIAMO VERAMENTE DEI BRONZI DI RIACE

Nel 1972, al largo di Riace, in provincia di Reggio Calabria, un giovane sub dilettante fu l’involontario protagonista del ritrovamento di due originali greci di età classica, di straordinaria bellezza e perfettamente conservati, subito battezzati dalla stampa come i Bronzi di Riace. Restaurate ed esposte per alcuni mesi, prima a Firenze e poi a Roma, le statue trovarono in seguito la loro collocazione definitiva nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.
Le statue raffigurano due guerrieri nudi, uno indicato come il "giovane" (A) e l'altro come il "vecchio" (B), forse armati di scudo e di lancia, andati perduti. Noti per il loro incredibile realismo anatomico, i dettagli in argento, rame e calcite rappresentano un mistero tuttora aperto sulla loro identità, sull'autore o sugli autori e sul perché fossero nei fondali del mare Ionio.
Le due opere sono state a lungo al centro di una sorta di giallo archeologico: forse affondarono con una nave, forse furono gettate in mare nel tentativo di alleggerire il carico e scongiurare un naufragio, oppure furono ritrovate in epoca moderna in un altro luogo e "gettate" in mare in quella zona. Purtroppo, per ora, non esiste una verità definitiva e le teorie spesso si basano sul sentito dire o su evidenze scarse. Nel luogo del ritrovamento non c’è traccia dei resti dell’imbarcazione né di altri oggetti.
I due Bronzi sono riconducibili al tardo stile severo, sia per le proporzioni slanciate, con gambe lunghe e affusolate, spalle ampie e teste piuttosto piccole, sia per la resa della potente muscolatura, e anche per il trattamento delle barbe e dei capelli; gli anni di produzione sono stati fatti oscillare fra il 480 e il 450 a.C.
A un primo sguardo, le due statue rinvenute a Riace sembrano quasi gemelle. Molto simili le dimensioni (m 2,05 per A; 1,98 per B); simili anche le posizioni (anche se forse in antichità c’è già stato il restauro di un braccio di B, mirato proprio ad accentuare questo effetto); simili, infine, le misure “intermedie” (braccia, avambracci, cosce, gambe). Entrambe, inoltre, perfette nella resa anatomica, appaiono accentuatamente slanciate, una prerogativa che le pone ancora nell’ambito dell’arte severa: più tardi, per esempio con Policleto e il suo canone, le figure appariranno più sode e robuste.
Vi sono alcuni elementi che sembrano prefigurare il canone stesso (peso del corpo scaricato in misura maggiore sulla gamba destra; accenni di chiasmo di fianchi, arti, spalle), ma altri no: il piede della gamba su cui il peso si scarica in misura minore, per esempio, poggia interamente a terra e non solo sulla parte anteriore. Ma è nei volti e, come dire, negli atteggiamenti che le differenze si fanno più evidenti.
La statua A, definita talvolta anche l’eroe o il giovane, raffigura un personaggio in grandissima tensione: non solo la muscolatura è più evidente, ma il volto è contratto, i denti digrignati, trasmettendo a tutto il corpo la sensazione di una rabbia che sta per sprigionarsi.

Proprio quel volto, già dal primo restauro, ha mostrato dettagli tecnici che B, detto il vecchio, e anche lo stratega non hanno. I denti sono, sì, digrignati, ma sono resi in argento, mentre le labbra, che li lasciano parzialmente scoperti, sono in oro rosso.
Negli occhi, le cornee sono rese in avorio: in B ne rimane solo una ed è in marmo bianco. B, inoltre, presenta, come supporto dell’elmo (andato perduto), una calotta, mentre in A la chioma è resa per intero e splendidamente: nella parte superiore è più schiacciata (anch’essa era in origine coperta da un elmo, e proprio in funzione di quest’ultimo era predisposta la fascia di lana raffigurata con evidenza attorno alla testa), in quella inferiore si arricchisce di elaborate e abbondanti ondulazioni. B, inoltre, non sembra potenzialmente aggressivo quanto A. Anche l’esame delle leghe di bronzo, fin dal primo restauro fiorentino, aveva rivelato caratteristiche diverse: per entrambe si adottò la lega binaria, rame-stagno, ma quest’ultimo in B fu dosato meno accuratamente. Sempre in B, la colata di bronzo si svolse in un numero maggiore di getti, segno di una diversa attenzione alla razionalizzazione dei processi.
In alcuni dettagli, forse in occasione di restauri (difficile dire se simultanei o no), si impiegò una lega ternaria (rame-stagno-piombo) e non una binaria: braccio destro e parte del sinistro di B (con l’imbracciatura dello scudo) e l’imbracciatura dello scudo di A. Stranamente simili la realizzazione degli organi genitali, eseguiti in due pezzi e con percentuali di stagno analoghe: 16,5% in A, 14% in B. Ancor più significative le caratteristiche delle terre di fusione all’interno delle statue, analizzate in occasione del restauro degli anni Novanta: quelle di B sono compatibili con l’area dell’Attica, quelle di A con l’area di Argo.
Vi sono tantissime ipotesi e teorie, forse troppe. Ogni mese qualche studioso, ricercatore o appassionato, promuove una nuova ipotesi, quasi sempre basata su piccole evidenze che si perdono nell'illusione di affermare verità tangibili di carattere storico, archeologico o artistico.
Ecco alcune delle ipotesi più note: parte di un gruppo, attribuito a Fidia, che costituiva il donario (ex-voto) degli ateniesi a Delfi dopo la vittoria di Maratona (Antonio Giuliano, Werner Fuchs); statue provenienti dalla Magna Grecia, A raffigurante, con la sua tensione drammatica, un eroe come Aiace, B uno stratega (Enrico Paribeni); A attribuibile forse a Fidia, B a influssi greco-orientali (Paolo Enrico Arias); A attribuibile a Mirone, B a Alkamenes (Giorgios Dontas); non due eroi, ma due “oplitodromi” vittoriosi, vincitori cioè di quella gara che nelle feste panelleniche si correva con scudo ed elmo (Antonino Di Vita); parte di un gruppo, opera di Onatas, offerto dagli achei a Olimpia (Harrison-Bol-Deubner); opere predate in un “furto d’arte” su commissione (come spesso avveniva in età romana fra fine Repubblica e inizio Impero) e magari rimaneggiate per fare pendant fra loro, cosa che spiegherebbe le differenze visibili nelle leghe impiegate (Mario Torelli); si tratta di Tideo e Anfiarao, eroi del ciclo dei Sette contro Tebe cantato in un antichissimo poema epico, la Tebaide, e poi nella celebre tragedia di Eschilo, eseguiti forse in tempi e modi diversi ma nel quadro di un programma condiviso da un grande scultore di Argo Ageladas, maestro di molti, e da un grande scultore ateniese, Alkamenes: scultori che avevano lavorato insieme, come si è visto, anche a Olimpia (Paolo Moreno); sempre nell’ambito dei Sette, si tratta però di Eteocle e Polinice (Eligio Daniele Castrizio).