Cratere per mescolare acqua e vino, a figure rosse, di produzione apula, proveniente dagli scavi di fine '800 a Ruvo di Puglia, raffigurante, su un lato, una scena teatrale della farsa fliacica indicata come "dei ghiottoni" e, dall'altro, una scena in cui Ercole sorregge la sfera celeste. Il vaso è datato al 380-370 a.C. ed è attribuito al pittore Choregos, che lavorò in Puglia all'inizio del IV sec. a.C. Il vaso fu donato da Athos Moretti alla collezione di antichità del Museo Archeologico di Milano.
La scena raffigurata sul lato A è collegata al mondo della farsa fliacica, un genere teatrale comico nato nelle colonie doriche dell’Italia meridionale, una sorta di insieme di sketch comici tipici del mondo magnogreco. I Fliàci erano una specie di saltimbanchi girovaghi, che allestivano semplici palchi su pali di legno in giro per la Magna Grecia e in Sicilia, e intrattenevano il pubblico con la loro comicità. Gli attori non utilizzavano testi scritti, ma un canovaccio che li aiutava a improvvisare dialoghi in dialetto dorico. Il loro lavoro contribuiva a esaltare l'atmosfera festosa e trasgressiva delle celebrazioni dedicate a Dioniso.
Gli attori indossavano, oltre alla maschera con il ghigno, costumi buffi, rigonfi e ornati; nel caso dei personaggi maschili, con riferimenti a un organo genitale sproporzionato.
I vasi apuli e lucani costituiscono la migliore documentazione iconografica per comprendere più a fondo questo genere teatrale. Gli argomenti della farsa fliacica erano generalmente rappresentati dal contrasto tra padroni e schiavi, pedagoghi e ragazzi, cuochi e sguatteri, nonché da rielaborazioni di temi mitologici in chiave comica.
Il curioso nome del cratere "I Ghiottoni", o meglio "I Ghiottoni di dolci" o "Ladri di dolci", deriva dalla scena teatrale raffigurata, in cui gli attori, su di un basso palcoscenico sostenuto da colonnette, interpretano le loro parti: il canuto Philotimides, nome che lo qualifica come "il bramoso", fallico e vestito con una corta tunica imbottita, è intento ad assaggiare e gustare dolciumi insieme alla vecchia Charis, il cui nome, evocativo della leggerezza e della grazia, è in netto contrasto con il volto sgraziato, le rughe ostentate e la golosità compiaciuta. Alle loro spalle, Xanthias, il servo per eccellenza delle rappresentazioni comiche, vestito in modo analogo a quello del padrone, si allontana con aria furtiva, nascondendo nella tunica un dolce rubato.
La scena si svolge in un ambiente domestico, come suggeriscono la porta aperta, la tavola in primo piano e la brocca appesa, allestito in modo semplice, come si addice al mondo del teatro itinerante, al quale si riconduce anche il piccolo palcoscenico smontabile. Il tono della rappresentazione è salace e buffonesco, con la voluta ostentazione degli attributi genitali dei personaggi, da connettere, da una parte, ai demoni della fertilità, ai quali è legata l'origine del dramma, e, dall'altra, ai costumi del teatro comico attico. L'identificazione dei personaggi è resa possibile dalle iscrizioni riportate sul vaso, con i tre nomi collocati accanto ai personaggi come didascalie: Philotimides ΦΙΛΟΤΙΜΙΔΗΣ, Charis ΧΑΡΙΣ, Xanthias ΞΑΝΘΙΑΣ.
Sul lato B del cratere è raffigurata la parodia di Ercole: il giovane eroe, imberbe e con la pelle di leone sulle spalle, regge la sfera celeste al posto di Atlante; mentre si trova in questa scomoda posizione, due satiri si avvicinano e deridono Ercole maneggiando le famose armi dell'eroe greco: uno la clava, l’altro la faretra con le frecce.
Atlante, personaggio della mitologia greca, era considerato il primo a studiare l'astronomia. Diodoro Siculo scrive che Atlante fu il primo a rappresentare il cielo sotto forma di sfera, motivo per cui si diceva che portasse il cielo sulle spalle. Esiodo narra nella sua Teogonia che Atlante fu costretto a sostenere sulle spalle l'intera volta celeste per ordine di Zeus, che decise di punirlo perché, durante la Titanomachia, si era alleato con Crono, guidando i Titani contro gli dèi dell'Olimpo. Ercole incontrò Atlante, che si offrì gentilmente di consegnargli le mele delle sue figlie, le Esperidi, di cui aveva bisogno. In cambio, chiese che Ercole tenesse la sfera celeste mentre lui si recava nel giardino delle sue figlie. Ercole accettò e usò tutta la sua forza per sostenere sulle spalle la pesante cupola celeste. Al suo ritorno, Atlante portò le famose mele e quando vide Ercole, dichiarò che avrebbe consegnato personalmente i pomi al re Euristeo. Ercole resosi conto di essere stato vittima di un inganno: dovendo sopportare il peso del mondo sulle sue spalle per l’eternità, usò la sua arguzia chiedendo ad Atlate di sostenere la sfera celeste solo per un momento in modo che lui potesse indossare il mantello di pelle del leone e proteggere la schiena. Atlante, pur conoscendo perfettamente il disagio, decise di aiutare l’eroe. Quando il titano sollevò di nuovo la volta celeste, Ercole raccolse le mele poste a terra e voltò le spalle per non tornare mai più. Al ritorno a Micene con le mele, il grande eroe fu acclamato dai sudditi di Euristeo; il re, geloso, decise che c’era un solo modo per liberarsi definitivamente di Ercole: mandarlo nel regno dei morti.
